11 octobre 2011

Les siècles de l'hiver

 

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Le gris, l'agacé, le brun, le farouche

tu craques dans la beauté fantôme du froid

dans les marées de bouleaux, les confréries

d'épinettes, de sapins et autres compères

parmi les rocs occultes et parmi l'hostilité

                       

pays chauve d'ancêtres, pays

tu déferles sur des milles de patience à bout

en une campagne affolée de désolement

en des villes où ta maigreur calcine ton visage

nous nos amours vidées de leurs meubles

nous comme empesés d'humiliation et de mort

 

et tu ne peux rien dans l'abondance captive

et tu frissonnes à petit feu dans notre dos.

 


Gaston Miron



extrait de La vie agonique, L'homme rapaillé,

 [NRF, Poésie/Gallimard, 2007]

 

 

 

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Voir aussi Gaston MIRON sur PIERRE DE LUNE 

 

16 juin 2009

Le mura dei poeti II - Stanze per un incontro

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Non c’è più tempo amici per le cose

 

 

Per andré, angèle, dominique, elena, yves, olivier, valerie

                                                                         dopo il terremoto

 

 

 

I

 

 

Non c’è più tempo amici per le cose.

 

Fino a quando abbiamo il tempo d’incontrarci

Il tempo è dalla nostra parte per una sera.

 

Ma quando siete venuti qui da lontano ancora

Il lontano ha smesso di essere minaccia vera.

 

Si è fatto calca attorno al tavolo quadrato.

 

Dove le parole scorrono in contraddizione.

 

Alla fine ciascuno di noi sceglie la versione

Che più somiglia al destino che non ha scelto.

 

L’ha avuta in sorte dal padre e dalla madre.

 

 

 

 

II

 

 Non c’è più tempo amici per le cose.

 

Venite da lontano da una terra dove i papi

Sono migranti. Ed i poeti sono uccisi perché

Confessano parole che sono soltanto sussurri.

 

Negli orizzonti limitati da valli di fieno e di lavanda.

 

Simulando gli universi. Invece sono le cornici

Di monti più bassi delle Alpi piene di neve.

 

Siete venuti qui. E per essere arrivati disegnate

Sula carta geografica l’omega immenso della fine.

 

Solo della mia. Sono l’amico della fossa comune.

 

 

 

 

III

  

Non c’è più tempo amici per le cose.

 

L’ho capito da un colpo di tosse più profondo.

 

Da un cedimento del costato per un colpo di tosse

più aggressivo. Vi sedete per l’ultima traduzione.

 

Siete gli apostoli attorno al corpo dell’Amato.

 

Scegliete le parole per capirci o per non capirci.

 

Ma il vento entra dalla Cattedrale senza porte

Né finestre. Pile di vocabolari. Scatole di biscotti.

 

Hanno parole dolci ma impervie. Sinonimi di verbi.

 

Antonimi di fiori. Siamo fuoco e cenere del senso.

 

 

 

 

IV

  

Non c’è più tempo amici per le cose.

 

Finché il saggio ha capelli bianchi bastone d’argento

Emette la sentenza. Gli altri sono ammutoliti al fuoco

Di parole comuni e annuiscono subito in silenzio.

 

Siamo tutti così vicini alla stella da bruciarci le dita.

 

Si arrampicano i versi in salita alle svolte delle strade.

 

Nelle discese dal fondo gelato le parole si scostano

Dal significato. Al dolce ritmo si piegano le mani.

 

In applauso ridi forte Dominique e il gesso di bambino

Cade da lavagna mentre scrivi la prima parola neve.

 

 

 

 

V 

 

Non c’è più tempo amici per le cose.

 

L’ho detto e ripetuto a Valérie. Meritava di leggere.

 

Ha l’asfalto dentro. La parola macchina la parola strada.

 

Guida fino qui. Porta parole da una lingua all’altra.

 

Sembra che per un attimo sia la fidanzata di tutti noi.

 

Speranza di volare. Di sposare due lingue. Farle

Scivolare una sull’altra. Il vento scivola sotto la soglia.

 

Mescola di Piero i libri le dediche i foglietti acronici.

 

A salvare le parole. A consegnarcele immeritate.

 

Mentre Ungaretti ci guarda nella rete a lato opposto.

 

 

 

 

VI 

 

Non c’è più tempo amici per le cose.

 

André decano delle ampolle a un certo punto quando

Il senso di un poema sembra tutto chiaro. Esplode.

 

Spariglia le carte all’improvviso. Tutto cambia gioco.

 

Si smarrisce e solo una risata stabilisce il passo. Più

La stessa strada. Il verso in italiano appare sfigurato.

 

Lambisce l’impossibile. Ci dà illusione di possederlo.

 

Spicca il salto difficile a sostenere. Si batte un record

Ogni volta. L’apnea ci secca la gola. Magico André

Illuminato dalla via. Le parole ti siano casa leggera.

 

 

 

 

VII

  

Non c’è più tempo amici per le cose.

 

Ve lo ripeto credetemi. Mi tradurrete uno per uno.

 

E le parole mi saranno babele di varianti. Io finalmente

Scoppio nei coriandoli. Salto sul primo verso che passa.

 

Faccio l’autostop. Prestatemi un pollice per il viaggio

Che ci faccia più uniti. Sono straniero nel mio paese.

 

Sono con voi in una lingua che ancora non comprendo.

 

Ne capisco il cuore. Ne sento una sola sillaba senza

Il senso della frase. Improvvisa si leva la vertigine.

 

Angèle mi guida in terre delle femmine. Corse-are.

 

 

 

 

VIII

 

 

Non c’è più tempo amici per le cose.

 

Anche il mio verso sotto il peso delle traduzioni

Ha finito per cedere. Ha creato spazio. Fessura.

 

E’ crepata la parete da scalare. Ormai il verso è solo.

 

Si affigge oppure si tace. E finalmente come ora

Da crisalide si spiegano le ali di bianca sorgente.

 

Spaziarsi rompere il macigno finalmente dopo anni.

La cornice è diventata un libro. Dove il tempo

Degli amici è diventato progetto. Si muovono case.

 

Il terremoto cerca parole tra macerie. Qui si sale.

 

 

 

 

IX 

 

Non c’è più tempo amici per le cose.

 

Ogni mattino discendono Iano con la macchina.

 

Suonano alle curve. Per essere presenti all’atelier.

 

Quando scendono il clacson rimbomba. La curva

Si fa irreparabile. Ma sono salvi. In disparte

Olivier discute contrario sopra una parola rara.

 

Nel frattempo si accumula la polvere su noi statue.

 

Elena paziente nell’amore delle valli. Dalla Sorgue

Sul parallelo 44 fino a Pistoia tira un filo inteso.

 

Tende l’arco. Variante decisiva. Pietra dell’origine.

 

 

 

 

 Paolo Fabrizio Iacuzzi

 

 

 

 

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          © Ph. Dominique Sorrente

 

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13 juin 2009

Le mura dei poeti I

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PONTE  MEDITERRANEO  DI  VOCI

 

 

        Portati nel nostro quieto nido toscano da un viaggio nella primavera, siete stati, per noi quattro (Maura, Paolo, Martha, Alessandro), i quattro elementi rinnovati nell'aprile, incarnati con sperata sorpresa nella transalpina lingua sorella: Olivier, la terra e il suo tormentato, virtuosistico Agrimensore; Angèle, l'acqua primordiale balenante di lame ignote sulla soglia del bosco; Dominique, l'aria tesa e attorta in Apocalissi di passione ironica; André, il fuoco sapientemente specchiato nell'arcano del barocco di Roma o nella finesse fiorentina. Quattro più quattro, doppio numero terrestre, a specchio multiplo l'uno dell'altro e gli uni degli altri, in coppie moltiplicate e intersecate per formare a ciascuna delle due lingue, parallele e incongiungibili al modo delle rette, un possibile doppio speculare fatto di paziente intuizione, molato  nell'intueri, nel guardare dentro il corpo delle nostre parole attraverso le parole e la lingua dell'altro, degli altri compresenti. 

 

       Chiusi per il numero evangelico di tre giorni nella piccola cella assolata del grande alveare librario che nutre di memoria e di coscienza europea la nostra città del silenzio, abbiamo lavorato insieme per riconoscerci nelle radici e nelle pietre di fondamento di un'opera comune da far presto svettare, feconda di strade e di torri alberate; per lanciare, con gioiosa pazienza, un nuovo ponte di voci sul sempre vivo Mediterraneo, che è mer e mère, mare e madre unico-unica della multanime nonna Europa e del suo millenario Scriptorium.

 

       E i brindisi conviviali, le svelte passeggiate, le visite d'arte, i libri di poesia scambiati in dono con pudore orgoglioso e quasi impaziente, le confidenze aperte e richiuse in guizzi alla scoperta di affinità elettive; lo sforzo per con-sentire in un'anima reciproca, per verificare dal vivo che tradurre ed essere tradotti è tradere, attraversare il ponte del senso volgendolo dalla sistole della parola alla diastole della vita e viceversa; e il dionisiaco temporale che si scatenò, con l'ironia implacabile di una nemesi, sulla città e sui camminamenti della Fortezza Santa Barbara che accoglievano le nostre letture itineranti di versi amati, i lampi e i tuoni impersonali in gara vittoriosa con le nostre voci d'improvviso fragili e semicancellate... 

 

       E infine il vostro nostos alla volta di Marsiglia, amici, col sole ritrovato, e le poesie e le foto lanciate nell'oceano virtuale come monete augurali nella fontana dello spaziotempo: tutto adesso mi sta nella mente del cuore - e attendo, attendiamo con voi che una nuova famiglia di parole illumini con fedeltà quel ponte.

 

 

Maura del Serra

 

 

 

 

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